Chiesa di San Martino d'Albaro

Volume scritto da mons. Giuseppe Lanfranconi per la «sua» parrocchia di San Martino

Presentazione - di Mons. Giuseppe Lanfranconi

Ritengo opportuno fare una premessa, che giustifichi queste pagine e dica "perchè" e "come" m'è venuta l'idea di scriverle.
Spiegare il "perchè" è cosa presto fatta: la curiosità più che legittima di conoscere l'ambiente in cui
si vive, m'ha posto inaspettatamente di fronte alla constatazione che la nostra vasta e importante zona, forse per colpa d'essersi trovata nel passato troppo "fuori centro", non era stata mai ex professo studiata in una unità organica.
Nè i testi di storia genovese, ne i manuali di arte ligure si erano preocaupati di colmare questa lacuna.
La mia curiosità insoddisfatta e delusa ha accentuato in me il desiderio di indagare e di sapere.

Ed ecco "come" lo realizzai:
Per una singolare coincidenza, propri o nel frattenpo ~ il Consiglio Centrale della Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana lanciava un concorso nazionale sul tema "LA MIA PARROCCHIA" allo scopo, che qui abbiamo fatto nostro di rivalutare questa tràdizionale e vitale famiglia spirituale agli ocd~i dei cattolici lnoderni e far sentire che chi vive staccato o aSsBnte da essa finisce prima o poi, quasi infallibimlmente, con l'adattarsi a vivere lontano da Dio, dai suoi ministri, dalla pratica della fede.

Quale Assistente Ecclesiastico della nostra associazione "Ven. Solimani" che accolse con entusiasmo l'iniziativa, collaborai per la parte storica alla compilazione di quell'artistico album che, fra i 222 presentati a Roma da tutte le diocesi d'Italia, conseguì il primo premio llsia per la completezza e la precisione di tutti gli argomenti trattati) sia per "l'originalità della forma".

Fu così che incominciai.a raccogliere, vagliare e coordinare, previa consultazione di archivi, biblioteche e manoscritti, Qualsiasi notizia frammentaria e sparsa, concernente S. Martino d'Albaro.
Ne venne fuori Quanto vi presento.

Credo di non aver compiuto un lavoro inutile e vorrei sperare che, alla fine, il lettore non mi rimprovererà d'avergli fatto perdere del tempo

Le parole augurali apposte dall'Em. Cardinale Arcivescovo Giuseppe Siiri sull'album citato, "Historia auspicium", stanno a richiamarci autorevolmente che l'esperienza del passato di S. Martino, legato da vincoli di provata fedeltà alla Chiesa, deve costituire un punto fisso di riferimento ed un segno di sicuro orientamento.

Sac. Giuseppe Lanfranconi

Presentazione - di Mons. Giuseppe Lanfranconi

Cavalcata attraverso i secoli

Come era l'antica zona San Martino d'Albaro? Cosa avremmo trovato?

Appena pochi getti di verde qua e là, qualche angolo di tranquilla solitudine, rarissime casette rustiche riescono ancora a richiamre con uno sforzo di immaginazione, l'antico S. Martino d'Albaro.

Il romantico paesaggio campestre dal fascino incantevole, ricco di poesia, di giocondità, di luce, di storià, vivamente descritto dall'annalista Giustiniani alla fine del I400, ce lo fa rivivere una
brillantissima e fantasiosa pagina'd'un articolo dal titolo "Passeggiata genovese.... di qualche tempo fa"
del giornalista Umberto V. Cavassa.

"Ombrose, silenti e solitarie, le "crose" d'Albaro salgono dal'mare al monte come in un paese incantato: un melanconico paese ove il cipresso e il muro diruto, il lampione e la farfalla trepida e sperduta rievocano pallidezze lontane di un mondo antico, e dove l'anima si svuota della sua vita, intesa a rischiarare, nel silenzio solo se stessa come lo scialbo lampione.

Dove portano queste viuzze? Ecco: ville, giardini, orti, casette, spiazzi erbosi palazzi principeschi, boschetti, rovine. E silenzio. E nessuno.

Qui c'era un giardino! uno di quei giardini liguri di collina dove l'ampio fico fa ombra alle rose carnicine, dove il magro olivo s'inargenta nascondendo fra l'erba del ceppo le violette odorose, e il melograno apre la sole i rossi fiori e dagli angoli dei muri il rosmarino, l'erbaluisa la gaggia e la salvia compongono con i loro odori una corrispondenza d'amorosi sensi ora profumato come il delicato volto di una fanciulla, ora olezzante di quel soave casalingo aroma che rivela la cucina.

Adesso c'è la campagna selvatica: e due muri alti e soli che l'edera abbranca con ram.i grossi come òrace:ia umane e copre della sua selva di foglie sempre verdi.

C'è lagg~ù in fondo un fanale che deve essere oltremodo romantico e patetico alla notte quando rischiara col suo mite pallore quel lauro e quel pino, custodi della viuzza solitaria. O squallore indicibile di un vecchio portale di pietra; slabbrato, corroso, sotto la tristezza di un logoro cipresso spampanato, pennacchio triste e misero di una gloria che fu!

Si cammina così, tra i giardini e i boschetti nascosti dagli alti muri che limitano la nostra vista e incanalano nel sentiero della solitudine "senza via di uscita" il nostro pensiero.
Ora un tocco di campana sfumante nell'odore dei pini e dei cipressi.
E qui c'è la via delle Castagne che porta al Forte di S. Martino.
Le castagne non ci sono, naturalmente, ma il nome non disdicé a questa viuzza stretta, immersa in una blanda luce ai piedi dell'alto muro dilungatesi senza fine, sotto una gran cortina verde di acacie, di cipressi, di allori di edere.
Quercia e cipresso, lauro e pino. Odore di verde, di biscaglia, di selva. A terra, lungo il muro, una ghianda, una bacca, una foglia.

Soffuse di una leggera porpora sono le cime degli alberi, su in alto.
Ma ecco all'improvviso un villaggio.
Quanti sanno che esiste questo gruppo di casette rintanate in una valletta, tra viuzze, alberi e canneti?
Logore casucce metà. rosse e metà grigie, con la Madonnina e il lanternino sulla buia porta, con finestrelle da bambola occupate sempre dalla cassetta del rosmarino".

Era tutta così, prima, la nostra parrocchia. Fino a cent'anni fà e forse anche meno. Quando nel I897 giunsero tra noi dai centro i primi tram elettrici, cominciò una trasformazione talmente rapida e radicale da cambiare la fisionomia estetica, materiale e morale della zona.

Oggi il vasto Quartiere, assorbito ormai dal vorticoso dinamismo moderno, si confonde con la grande città di Genova; che s'arrampica inesorabilmente lungo tutte le dorsali, su per i colli della zona orientale,
col suo traffìco invadente e colle sue ardite costruzioni, espressione della fatica umana, ingegnosa e prodigiosa.
Allora invece la glauca serenità del cielo si stendeva sul verde e sull'oro d'una campagna fiorita e profumata.

Solo il gorgoglio dell'acqua dei torrenti e lo stridio dei mulini disseminati lungo il corso rompeva la quiete, ma accresceva l'incanto, sussurrando nelle ore di pace le musiche più lievi.

Dai mulini alla borgata, diecine dì muli facevano ogni giorno la spola per il trasporto dei cereali, ma durante l'estate, per la scarsità d'acqua erano costretti a rimanere quasi inoperosi.
La terra era fertile. Produceva olio, vino, grano, pesche, fichi, cavoli, carciofi; ecc.

La quantità del raccolto eccedeva il consumo della popolazione locale e si aveva quindi una notevole esportazione sui mercati cittadini.
Ma nonostante la buona qualità del terreno i contadini penavano ugualmente per trarne il sostentamento.

Molte zone scoscese richiedevano muri di sostegno ed i tecnici e tenaci agricoltori dovevano adottare il sistema delle "Fasce", introdotto in Liguria, secondo una rispettabile tradizione, dai monaci benedettini.

Le strade, come in tutti i paesi rurali, erano incerte e mal segnate: indicazioni di cammino, più che vie di comunicazione.
Dapprima non si vedeva che una traccia sull'erba e trà i sassi, poi diventava una striscia tortuosa.
Saliva verso i passi spaziosi, ridiscendeva, riprendeva attorno ai fianchi delle colline, si perdeva in
qualche bosco, riappariva nella radura.

Quella èhe attraversava il paese aveva tutte le tradizionali caratteristiche delle strade paesane. Non poteva quindi naturalmente mancare il carrozzaio con le grandi ruote da cerchiare a nuovo per mezzo
di un falò; il maniscalco che ferrava i cavalli, lasciando nell'aria un fetore inimmaginabile, il fabbro che forgiava il ferro, mentre il garzonetto zufolando tirava il mantice per attizzare il fuoco della forgia.


Solo l.Lna via poteva ben dirsi ,al(.'leno per la sua importanza, degna di tal nome: la via romana "Aurelia", su di un tracciato corrispondente oggi, grosso modo, a salita Noce, via Vernazza e Pontetti per
Quarto...

Così la descrivono antiche memorie: "Spicca la via orientale dalla parte della Pila, valica il Bisagno
sul ponte di Sant'Agata dalle 28 arcate acquista l'erta e giunta a S. Martino scopre il mare con prospetti di tutta dolcezza".
Grosse pietre poligonali ne formavano il selciato. Una caratteristica colonnina disposta ogni mille passi segnava la distanza dal miglio d'oro, fissato nel punto centrale di Roma, caput mundi. Se potessimo interrogare quei sassi, ci parlerebbero degli eserciti romani e cartaginesi, che l'hanno calpestati, delle invasioni
barbariche dei Goti e dei Visigoti, dei Longobardi e dei Franchi, delle incursioni dei Normanni e dei Saraceni.....
Soltanto essi potrebbero narrarci, come nelle favole, tante remote vicende di un passato, quasi completamente ignoto ai posteri! Ci farebbero scrivere un'altra pagina, purtroppo brutta, della storia di tante cattiverie umane, ancora una volta dovremmo sentir parlare male di uomini, quali ad esempio Magone, Teodoberto, Rotari, che credettero cancellare l'orma dei loro passi esecrandi bruciando le terre saccheggiate"
Meglio stendere un velo di pietà su "tanta empietà".
Così come ha fatto il Cristianesimo che ha marciato per le stesse strade, per ricostrulre un mondo distrutto e conquistare i popolinon col ferro delle armi, ma col legno della Croce.

Cavalcata attraverso i secoli