Santo Presbitero

San Leopoldo Mandić

Festa liturgica: 30 luglio

nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire. Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, "assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti" a Padova. A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario padovano con la tomba. E gli scriv…

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San Leopoldo Mandić
San Leopoldo Mandić

Nacque a Herzog Novi, ossia Castelnuovo in Dalmazia, all'ingresso delle Bocche di Cattaro sull'Adriatico, ultimo di 12 figli. Fu battezzato il 13 giugno col nome di Bogdan (Adeodato) Ivan (Giovanni). Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire.

Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, "assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti" a Padova.

A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario padovano con la tomba.

E gli scrivono, come a un vivo: i loro messaggi riempiono ormai centinaia di migliaia di pagine.

E’ nato alle Bocche di Cattaro, terra dalmata sotto gli Asburgo.

Battezzato col nome di Bogdan, entra sedicenne nel seminario cappuccino di Udine, poi è novizio a Bassano diventando fra Leopoldo, pronuncia i voti e nel 1890 è sacerdote, con un sogno preciso: spendere la vita per riconciliare con Roma i cristiani orientali separati.

Il più piccolo frate dell’intero Ordine cappuccino cammina tra i primissimi sul sentiero dell’ecumenismo.

Vuole andare in Oriente, e per due volte crede di fare il primo passo, quando lo mandano a Zara e a Capodistria.

Ma nella guerra del 1915-18, essendo croato (ossia “suddito nemico”), deve risiedere nel Meridione d’Italia.

Confessore a Padova, comincerà presto a essere “assediato”, ma nel 1923 lo destinano a Fiume, come confessore dei cattolici slavi.

E la missione in Oriente sembra farsi realtà. Ma interviene il vescovo di Padova, il grande Elia Dalla Costa, e dice ai Cappuccini: "La partenza di padre Leopoldo ha destato in tutta la città un senso di amarezza e di vero sconcerto".

Insomma, i padovani non ci stanno.

E riescono a recuperare il piccolo confessore, che passa giorni e anni in una celletta ascoltando ogni fallimento e riaccendendo ogni speranza.

E anche lui capisce: "Il mio Oriente è qui, è Padova".

Il gigante della confessione. E anche il martire, perché vi brucia tutte le sue energie, ricco di compassione per tanta gente che impara da lui a conoscersi e a riprendere fiducia.

Lui però non è un tipo bonario per naturale tranquillità. Al contrario, è bellicoso e capace d’infiammarsi in scatti aspri e inattesi, come il suo compatriota san Gerolamo.

E, come lui, infatti, chiede al Signore il dono della calma: "Abbi pietà di me che sono dàlmata!".

L'affluenza del fedeli al confessionale di padre Leopoldo crebbe sempre di più. Bastava vederlo per sentirsi spinti ad avvicinarlo e aprirgli la propria anima.

Difatti, benché fosse sprovvisto di doti esteriori, accorrevano a lui non soltanto gli umili, ma i professori d'università, gli ufficiali dell'esercito, i vescovi, i sacerdoti, gli studenti, i magnati dell'industria e del commercio. Padre Leopoldo possedeva una profonda e vasta cultura filosofica, attinta dagli scritti di sant'Agostino e di san Tommaso d'Aquino, i suoi autori preferiti, ma pregava anche continuamente perché il Signore gli concedesse il dono della sapienza.

Ne ricevette in misura straordinaria tanto che suggeriva prontamente e sicuramente ai penitenti quello che dovevano fare anche nei casi più difficili.

Per quasi quarant'anni visse nella sua cella disadorna adiacente alla chiesa, dalle dieci alle quindici ore al giorno, sempre a disposizione dei penitenti non si prese mai un'ora di svago, tranne che negli ultimi anni di vita per ordine del medico.

Si assentava dal suo posto soltanto per andare a confessare suore o assistere malati in assoluto ossequio del voto di ubbidienza che diciottenne aveva pronunciato. I doni straordinari concessi dal Signore al suo servo buono e fedele spiegano l'eccezionale afflusso di penitenti al suo confessionale e, nello stesso tempo, giustificano il suo comportamento con loro.

Da certuni egli era classificato come un lassista perché sembrava troppo generoso nell'assolvere i peccatori. Padre Leopoldo si limitava a dire: “Se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza si potrebbe dirgli: Padrone benedetto, questo cattivo esempio me l'avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità.”

Ripeteva sovente nelle conversazioni: Oh, quanto è debole la natura umana. Il peccato mortale l'ha ferita mortalmente. Quanto abbiamo bisogno della misericordia infinita del Padrone Iddio! »

Sembra impossibile che resista, sempre più fragile, a questo genere di vita, inasprito da preghiere, penitenze, digiuni.

Ed è anche vecchio: "Ma la verità non invecchia", usa ripetere; e quando nel 1942 lo portano in ospedale trova modo di confessare anche lì.

Gli riscontrano però un tumore all’esofago. Torna allora in convento e muore il 30 luglio 1942, dopo aver tentato ancora di vestirsi per la Messa.

E via via, come ha detto Paolo VI beatificandolo nel 1976, "la vox populi sulle sue virtù, invece che placarsi col passare del tempo, si è fatta più insistente, più documentata e più sicura".

E Giovanni Paolo II, nel 1983, ha collocato padre Leopoldo tra i santi.

Il Martirologio Romano mette la festa il 30 luglio.

Parrocchia San Martino d'Albaro

Genova — Via Silvio Lagustena, 35

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