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Altare della Madonna del Carmine

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Culto alla Madonna del Carmine

La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedasi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.

Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”, e che oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, ha ispirato elevata poesia anche nei laici, per tutti il sommo Dante che nella sua “preghiera di s. Bernardo alla Vergine” nel XXXIII canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’, esprime poeticamente i più alti concetti dell’esistenza di Maria, concepita da Dio nel disegno della salvezza dell’umanità, sin dall’inizio del mondo.

“Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura……”

La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo (Il monte Carmelo e una catena montuosa lunga 39 km e larga 7 o 8 km, che si trova nell'Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele. La catena si sviluppa da Haifa a Jenin e tocca l'altezza massima di 525 m s.l.m. In senso più restrittivo il nome di monte Carmelo è applicato alla sua estrema propaggine rocciosa a NO, che si infila nel Mar Mediterraneo. Una volta la città di Haifa si trovava ai piedi del monte Carmelo: ora, con lo sviluppo demografico successivo alla nascita dello stato di Israele, il monte Carmelo è diventato uno dei quartieri della città, in cui si trova anche l'Università di Haifa) si ritiravano degli eremiti, vicino alla fontana del profeta Elia, poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del cristianesimo e verso il 93 un gruppo di essi che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia.

Si iniziò così un culto verso Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, che divenne la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo continuarono a vivere gli eremiti, finché nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente, si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.

L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se considera il profeta Elia come suo patriarca e modello; il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).
Il 16 luglio del 1251 la Vergine circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre Generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo ‘scapolare’ col ‘privilegio sabatino’, che consiste nella promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.
Lo ‘scapolare’ non rappresenta una semplice devozione, ma una forma simbolica di ‘rivestimento’ che richiama la veste dei carmelitani e anche un affidamento alla Vergine, per vivere sotto la sua protezione ed è infine un’alleanza e una comunione tra Maria ed i fedeli.
Papa Pio XII affermò che “chi lo indossa viene associato in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali”.

Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella, che si appoggia sulle scapole e sui due pezzi vi è l’immagine della Madonna.

L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila.
Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio; ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima.
Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto, essa per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.

Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Ella è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).

La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui nel 1251, apparve al beato Simone Stock, porgendogli lo scapolare.

L'altare della Madonna del Carmine

Pala di sant'Apollonia.

Autore: Giovanni Battista Delle Piane.
 

Il primo altare dal presbiterio a sinistra è dedicato a Santa Apollonia, raffigurata su tela, nell’acme del Martirio.
Il quadro è attribuito a Giovanni Battista Delle Piane, artista originario di San Martino e morto nel 1804.

ll catalogo della soprintendenza delle belle arti indica come datazione del dipinto 1775 - 1799. 

Gli affreschi laterali, sbiaditi e che necessiterebbero di doveroso restauro, sono attribuiti a Valerio Castello. 

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Altare di Sant'Apollonia

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Grado

Solennità

Titolo

Patrona

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Sant'Apollonia: storia del culto

È stata tale la devozione per la santa martire Apollonia, protettrice dei denti e delle relative malattie, che dal Medioevo in poi si moltiplicarono i suoi denti-reliquie miracolosi, venerati dai fedeli e custoditi nelle chiese e oratori sacri dell’Occidente; al punto che papa Pio VI (1775-1799), che era molto rigido su queste forme di culto, fece raccogliere tutti quei denti che si veneravano in Italia, raccolti in un bauletto e pesanti circa tre kg e li fece buttare nel Tevere.

Questo episodio ci aiuta a capire quanta impressione, meraviglia e ammirazione, suscitò il martirio della santa nel mondo cristiano, per i suoi aspetti singolari.

Il suo martirio è riportato dallo storico Eusebio di Cesarea (265-340), che nella sua “Historia Ecclesiastica” scritta nel terzo secolo, trascrive un brano della lettera del vescovo s. Dionigi di Alessandria († 264), indirizzata a Fabio di Antiochia, in cui si narrano alcuni episodi dei quali era stato testimone.

Nell’ultimo anno dell’impero di Filippo l’Arabo (243-249), nonostante che in quel periodo di sei anni, ci fu praticamente una tregua nelle persecuzioni anticristiane, scoppiò nel 248 ad Alessandria d’Egitto una sommossa popolare contro i cristiani, aizzata da un indovino alessandrino.

Molti seguaci di Cristo furono flagellati e lapidati, al massacro non sfuggirono nemmeno i più deboli; i pagani entrarono nelle loro case saccheggiando tutto il trasportabile e devastando le abitazioni. Durante questo furore sanguinario dei pagani, fu presa anche la vergine anziana Apollonia, definita da Eusebio “parthenos presbytès”, che però nell’iconografia sacra, come tutte le sante vergini, è raffigurata in giovane età le furono strappati i denti con una tenaglia.

Poi acceso un rogo fuori la città, la minacciarono di gettarcela viva, se non avesse pronunziato insieme a loro parole di empietà contro Dio.

Apollonia chiese di essere lasciata libera un momento e una volta ottenuto ciò, si lanciò rapidamente nel fuoco venendo incenerita.

L’episodio sarebbe avvenuto alla fine del 248 o inizio 249, quindi Apollonia che era in età avanzata, doveva essere nata negli ultimi anni del II secolo o al principio del III secolo; nella sua lettera il vescovo s. Dionigi afferma, che la sua era stata una vita degna di ogni ammirazione e forse per questa condotta esemplare e per l’apostolato che doveva svolgere, si scatenò la furia dei pagani, che infierirono su di lei con particolare crudeltà.

Il gesto di Apollonia di gettarsi nel fuoco, pur di non commettere un peccato grave, suscitò fra i cristiani ed i pagani di allora, una grande ammirazione e nei secoli successivi fu oggetto di considerazione dottrinale.

Volle sottrarsi ad ulteriori dolorosissime torture, che avrebbero potuto indebolire la sua volontà, preferendo gettarsi fra le fiamme.

Sin dal primo Medioevo il culto per la martire di Alessandria, si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente; in varie città europee sorsero chiese a lei dedicate, a Roma ne fu edificata una, oggi scomparsa, presso S. Maria in Trastevere; la diffusione del culto fu dovuta anche alla leggenda, simile ad altre sante giovani martiri, di essere figlia di un re che la fece uccidere perché non abiurava la fede cristiana.

La sua festa sin dall’antichità si celebra il 9 febbraio; santa Apollonia, vergine e martire di Alessandria d’Egitto è invocata in tutti i malanni e dolori dei denti; il suo attributo nell’iconografia è una tenaglia che tiene stretto un dente.

L'altare e Pala di Santa Apollonia

Pala di sant'Apollonia.

Autore: Giovanni Battista Delle Piane.
 

Il primo altare dal presbiterio a sinistra è dedicato a Santa Apollonia, raffigurata su tela, nell’acme del Martirio.
Il quadro è attribuito a Giovanni Battista Delle Piane, artista originario di San Martino e morto nel 1804.

ll catalogo della soprintendenza delle belle arti indica come datazione del dipinto 1775 - 1799. 

Gli affreschi laterali, sbiaditi e che necessiterebbero di doveroso restauro, sono attribuiti a Valerio Castello. 

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Altare di Sant'Antonio Abate e Sant'Isidoro

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Grado

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Titolo

Patrona

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Sant'Antonio Abate: storia del culto

Considerato il più grande eremita di sempre, capace di guarire le malattie più gravi, vive oltre cent’anni. Antonio nasce a Coma, in Egitto, sulle rive del Nilo, intorno al 250, in una famiglia di cristiani, ricchi agricoltori. A vent’anni rimane orfano. Colpito dalle parole del Vangelo ascoltate in chiesa, vende tutti i suoi beni, dà la metà del ricavato alla sorella e regala la sua parte ai poveri. Poi va a vivere da eremita in mezzo al deserto dell’Egitto per ascoltare meglio la voce di Dio.

Antonio è sempre solo e prega tutto il giorno. Occupa il tempo anche lavorando: coltiva un orticello e intreccia canestri. Così gli suggerisce un angelo: «Con la preghiera e il lavoro si tengono lontano noia, tentazioni e spiriti del male». Regola a cui si ispirano in seguito i benedettini: ora et labora (“prega e lavora”).

La sua vita solitaria dura vent’anni, fino a quando la sua fama di grande saggio attira persone che desiderano seguire il suo esempio. Sant’Antonio abate accoglie filosofi, imperatori, semplici pellegrini; consiglia il Bene, mette pace tra i litiganti, conforta, consola, guarisce malattie del fisico e dell’anima, soprattutto una patologia della pelle molto dolorosa: l’herpes zoster, nota come “fuoco di Sant’Antonio”.

Ai suoi discepoli chiamati “Padri del deserto”, diventati numerosi, insegna l’ascetismo. Ogni tanto va a trovarli. Essi vivono da soli in grotte, casupole o ruderi abbandonati: pregano, meditano, svolgono lavori manuali, coltivano la terra e allevano animali, si cibano del poco necessario per sopravvivere.

Nel 311 il santo si reca ad Alessandria d’Egitto per sostenere i cristiani perseguitati. Grazie alla sua notorietà gli viene risparmiata la vita: i soldati romani hanno timore di lui e lo rispettano. Nel 312 si sposta definitivamente in una grotta sul Monte Coltzum, vicino al Mar Rosso. Sant’Antonio abate vive fino a 106 anni in ottima salute.

Si spegne il 17 gennaio del 356. È protettore di animali domestici, bestiame, cavalli, stalle, agricoltori, allevatori, macellai, salumieri e fabbricanti di spazzole. È invocato quando si subisce un’ingiustizia, viene rubato qualcosa, per farci riappacificare, per trovare l’amore e far tornare l’armonia in famiglia. Protegge contro gli incendi, le malattie contagiose, le varici, il prurito e le malattie della pelle come l’herpes zoster, i foruncoli e le eruzioni cutanee in genere. È anche patrono dei dermatologi. Viene raffigurato anziano e con una lunga barba bianca.

Storia della Devozione
a Sant'Isidoro

Ultimo dei Padri latini, S. Isidoro di Siviglia (560-636) ricapitola in sé tutto il retaggio di acquisizioni dottrinali e culturali che l'epoca dei Padri della Chiesa ha trasmesso ai secoli futuri. Scrittore enciclopedico, Isidoro fu molto letto nel medioevo, soprattutto per le sue Etimologie, un'utile "somma" della scienza antica, della quale con più zelo che spirito critico condensò i principali risultati. Questo volgarizzatore dotatissimo della scienza antica, che avrebbe esercitato su tutta la cultura medioevale un influsso considerevole, era soprattutto un vescovo zelante preoccupato della maturazione culturale e morale del clero spagnolo.

Per questo motivo fondò un collegio ecclesiastico, prototipo dei futuri seminari, dedicando molto spazio della sua laboriosa giornata all'istruzione dei candidati al sacerdozio. La santità era di casa nella nobile famiglia, oriunda di Cartagena, che diede i natali verso il 560 a Isidoro: tre fratelli furono vescovi e santi, Leandro, Fulgenzio e il nostro Isidoro; e una sorella, Fiorentina, fu religiosa e santa.

Leandro, il fratello maggiore, fu tutore e maestro di Isidoro, rimasto orfano in tenera età.
Il futuro dottore della Chiesa, autore di una immensa mole di libri che trattano di tutto lo scibile umano, dall'agronomia alla medicina, dalla teologia all'economia domestica, fu dapprima uno studente svogliato e poco propenso a stare chino sui libri di scuola. Come tanti coetanei marinava la scuola e vagava per la campagna. Un giorno si accostò a un pozzo per dissetarsi e notò dei profondi solchi scavati dalla fragile corda sulla dura pietra del bordo. Comprese allora che anche la costanza e la volontà dell'uomo possono aver ragione dei più duri scogli della vita.

Tornò con rinnovato amore ai suoi libri e progredì tanto avanti nello studio da meritare la reputazione di uomo più sapiente del suo tempo. Chierico a Siviglia, Isidoro successe al fratello Leandro nel governo episcopale della importante diocesi.

Come il fratello, sarebbe stato il vescovo più popolare e autorevole della sua epoca, presiedendo pure l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633).

Formatosi alla lettura di S. Agostino e S. Gregorio Magno, pur senza avere la vigoria di un Boezio o il senso organizzativo di un Cassiodoro, con essi Isidoro condivide la gloria di essere stato il maestro dell'Europa medievale e il primo organizzatore della cultura cristiana.

Una leggenda racconta che nel primo mese di vita uno sciame d'api, invasa la sua culla, depositasse sulle labbra del piccolo Isidoro un rivoletto di miele, come auspicio del dolce e sostanzioso insegnamento che da quelle labbra sarebbe un giorno sgorgato. Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno meritato il titolo di "doctor egregius" e l'aureola di santo.

L'altare di Sant'Antonio Abate e S. Isidoro

Autore anonimo. Sec. XVIII.
 

Testi e informazioni tratti da "San Martino d'Albaro: una chiesa giovane... mille anni" a cura della comunità parrocchiale di San Martino in occasione del millennio dalla fondazione della chiesa. 

Nel vano ricavato a sinistra del presbiterio, come detto, è stata murata in anni recenti la lapide della tomba di Bernardo Castello, proveniente dallo smantellamento del pavimento e della quinta cappella a sinistra, già ottenuta in giuspatronato dall’artista. In questa cappella, in luogo della dispersa pala di Bernardo con l’Annunciazione, è oggi la tela con I Santi Antonio Abate e Sant’Isidoro, protettori della campagna, opera di pittore genovese della fine del XVIII secolo rasentante l’inizio del XIX, con richiami, negli affreschi che la attornano a moduli pioleschi o dello stesso Castello.

In una parrocchia circondata da fascie e vigneti non poteva mancare la festa di S. Antonio abate, il 17 Gennaio, con la messa alle ore 12 e la benedizione del bestiame.

Il “cliché” delle celebrazioni era obbligato:
prima messa all’alba; 
alle ore 7 la messa della comunione;
alle ore 10
e alle ore 11 la messa
solenne in canto.
L’epilogo della festa era il canto dei vespri, con il panegirico del Santo.

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