10 Dicembre: S. Ambrogio

Milano 374. In una chiesa della città, gremita all’inverosimile, cattolici e ariani stavano discutendo sul nome del successore del vescovo Assenzio (ariano) morto di recente.
Era un po’ di tempo ormai che le due fazioni si affrontavano animatamente, con qualche pericolo per l’ordine pubblico.
Ambrogio, governatore della Lombardia si recò in quella chiesa per calmare gli animi. Il popolo accolse le sue esortazioni e la sua missione sembrava compiuta quando accadde l’imprevisto che gli cambierà completamente la vita.
Qualcuno dalla folla, gridò forte: “Ambrogio vescovo” e l’intera assemblea, cattolici e ariani, folgorati da quel grido ripeterono a loro volta “Ambrogio vescovo”.
Proprio lui ancora semplice catecumeno e per di più a completo digiuno di teologia. Si appellò a Valentiniano protestando la propria inadeguatezza all’incarico “datogli” dal popolo. Questi gli disse che si sentiva lui stesso lusingato per aver scelto un governatore che era stato ritenuto degno di svolgere l’ufficio episcopale .
Ed Ambrogio accettò. Fu così che nel giro di una settimana venne battezzato e poi consacrato vescovo, il 7 dicembre del 374.
Ambrogio era nato a Treviri, in Germania, da una nobile famiglia romana.
Suo padre era governatore delle Gallie e quando morì, Ambrogio con la sorella e la madre ritornarono a Roma.
Riprese gli studi per la carriera legale ottenendo molti successi in questo campo come avvocato, finché l’imperatore Valentiniano lo nominò nel 370 governatore, con residenza a Milano.
Ambrogio fece il governatore solo quattro anni. Era un uomo al di sopra delle parti e dei partiti, aveva costantemente l’occhio rivolto al bene di tutta la popolazione, non escludendo nessuno specialmente i poveri. Questo atteggiamento gli guadagnò non solo la stima e l’affetto sincero di tutta la popolazione, senza distinzione. Possiamo dire che fece così bene il governatore che il Popolo di Dio lo ritennero degno di fare il vescovo. E la “promozione” non era da poco.
Fatto vescovo, decise di rompere ogni legame con la vita precedente: donò infatti le sue ricchezze ai poveri, le sue terre e altre proprietà alla Chiesa, tenendo per sé solo una piccola parte per provvedere alla sorella Marcellina.
Consapevole della sua impreparazione culturale in campo teologico, si diede allo studio della Scrittura e alle opere dei Padri della Chiesa, in particolare Origene, Atanasio e Basilio.
La sua vita era frugale e semplice, le sue giornate dense di incontri con la gente, di studio e di preghiera.
Lo stesso Agostino d’Ippona ne rimase affascinato tanto da sceglierlo come maestro nella fede, proprio perché con il suo modo di fare e di predicare aveva contribuito alla sua conversione.
Ogni giorno diceva la Messa per i suoi fedeli dedicandosi poi al loro servizio per ascoltarli, per consigliarli e per difenderli contro i soprusi dei ricchi. Tutti potevano parlargli in qualsiasi momento.
Ed è anche per questo che il popolo non solo lo ammirava ma lo amava sinceramente.
La Chiesa del tempo di Ambrogio attraversava una grave crisi dottrinale: l’eresia ariana, originata e predicata da Ario. Questi negava la divinità di Cristo, affermando che anche lui era una semplice creatura, scelta da Dio come strumento di salvezza.
Un’eresia dirompente e devastante per la cristianità, che minacciava il centro stesso del Cristianesimo: Gesù Cristo, e questi Figlio di Dio.
Ambrogio conosceva il problema già da governatore, ma dovette affrontarlo da vescovo di Milano scontrandosi addirittura con la più alta autorità: quella imperiale.
Nel 386 fu approvata una legge che autorizzava le assemblee religiose degli ariani e il possesso delle chiese, ma in realtà bandiva quelle dei cristiani cattolici. Pena di morte a chi non obbediva.
Ambrogio incurante della legge e delle conseguenze personali, si rifiutò di consegnare agli ariani anche una sola chiesa. Arrivarono le minacce contro di lui.
Allora il popolo temendo per il proprio vescovo, si barricò nella basilica insieme con lui. Le truppe imperiali circondarono e assediarono la chiesa, decisi a farli morire di fame.
Ambrogio, per occupare il tempo, insegnò ai suoi fedeli salmi e cantici composti da lui stesso e raccontò al popolo tutto ciò che era accaduto tra lui e l’imperatore Valentiniano, riassumendo il tutto con la famosa frase: “L’imperatore è nella Chiesa, non sopra la Chiesa”.
Nel frattempo Teodosio, imperatore d’Oriente, dopo aver sconfitto e giustiziato l’usurpatore Massimo che aveva invaso l’Italia, reintegrò Valentiniano (facendogli abbandonare l’arianesimo) e si fermò per un po’ di tempo a Milano.
La riconoscenza di Ambrogio all’imperatore tuttavia non gli impedì di affrontarlo in ben due occasioni.
Una fu dopo il massacro di Tessalonica del 390, in cui morirono più di settemila persone, tra cui molte donne e bambini, in rivolta. Furono uccisi tutti senza distinzione di innocenti e colpevoli.
Ambrogio, inorridito per l’accaduto, ritenne responsabile pubblicamente Teodosio stesso, invitandolo a pentirsi. Alla fine l’imperatore cedette e piegò la testa. Questo spiega la grande autorità morale di cui godeva il vescovo.
Per i suoi molteplici scritti è uno dei quattro grandi dottori della Chiesa d’Occidente, insieme a Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno.
La sua fine giunse il 4 aprile, all’alba del Sabato Santo quando correva l’anno 397.