3 Dicembre: S. Francesco Saverio

Nacque da nobili genitori il 7 aprile 1506 nel castello di Xavier, nella Navarra. Nel 1525 si recò all’università di Parigi. Il suo incontro con Ignazio di Loyola fu provvidenziale.
Assegnato nel collegio alla medesima stanza di Saverio, il fondatore della Compagnia di Gesù aveva visto a fondo nell’anima di lui. Ignazio confiderà che Francesco fu “il più duro pezzo di pasta che avesse mai avuto da impastare” e Saverio, nel fare quaranta giorni di ritiro sotto la direzione d’Ignazio prima d’iniziare lo studio della teologia, pregherà: “Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico”.
Il 15 agosto 1534 insieme a Loyola, nella chiesetta di Santa Maria di Montmartre fece voto di castità e di povertà e di pellegrinare in Palestina.
All’inizio del 1537, si trovò con gli altri primi sei compagni all’appuntamento fissato a Venezia, ma la guerra scoppiata tra la Turchia e la Repubblica Veneta impedì loro di realizzare il voto fatto.
Nella primavera del 1539 egli prese parte alla fondazione della Compagnia di Gesù e, l’anno dopo, fu mandato nelle Indie Orientali in qualità di legato papale per tutte le terre situate ad oriente del capo di Buona Speranza.
Stabilitosi nel collegio di San Paolo a Goa, cominciò il suo apostolato (1542) tra la colonia portoghese. Poi estese il suo ministero ai malati, ai prigionieri e agli schiavi con tanta premura da meritare il titolo di “Santo Padre” e “Grande Padre”.
Dopo cinque mesi il governatore delle Indie lo mandò al sud del paese; per due anni, passò di villaggio in villaggio, a piedi o su disagevoli imbarcazioni di cabotaggio, esposto a mille pericoli, fondando chiese e scuole, facendosi a tutti maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le esazioni dei portoghesi, salutato ovunque quale Santo e taumaturgo.
“Talmente grande è la moltitudine dei convertiti – scriveva egli – che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua”. In un mese arrivò a battezzare 10.000 pescatori nel Travancore.
Benché sempre a disposizione del prossimo, il Santo fu sempre trattato male da ufficiali e mercanti portoghesi, decisi a non permettere che la sua caccia alle anime intralciasse loro la ricerca di piaceri e di ricchezze.
Predicò per quattro mesi a Malacca; visitò l’arcipelago delle Molucche.
Là agli ospiti indesiderati si servivano pietanze avvelenate.
Quando il Saverio decise di visitarle, gli suggerirono di portare con sé degli antidoti, ma egli preferì riporre in Dio tutta la sua fiducia.
Dopo tre mesi di fatiche, tornò a Ternate. Il sultano regnante fece buona accoglienza al missionario, ma alla fede cristiana preferì le sue cento mogli e le numerose concubine. A Malacca nel dicembre 1547, la Provvidenza fece incontrare a Saverio un giapponese, Anjiro, desideroso di farsi cristiano. Il Santo rimase talmente sedotto dalle notizie da lui avute sul Giappone e i suoi abitanti che concepì un estremo desiderio di andarli ad evangelizzare.
Parti per il Giappone in compagnia di Anjiro, suo collaboratore. Sbarcò nell’isola di Kiu-Sciu, il 15 agosto 1548.
Il principe Takahisa lo accolse gentilmente, e mentre egli studiava la lingua del paese, Anjíro convertiva al cattolicesimo oltre un centinaio di parenti e amici. “I Giapponesi – scrisse il Saverio in Europa – sono il migliore dei popoli”. Quando il principe, sobillato dai bonzi, vietò ogni ulteriore battesimo, il coraggioso missionario decise di presentarsi addirittura all’imperatore e alle università della capitale, Miyako (Kyoto), ma a causa della guerra civile le università non vollero aprirgli le porte e l’imperatore in fuga non volle riceverlo (1551). Si presentò allora con preziosi doni al principe di Yamaguchí che gli concesse piena libertà di predicazione. In breve tempo egli riuscì a creare una fiorente cristianità che formò le delizie della sua anima.
Quando nel 1551 Saverio ritornò in India, in Giappone c’erano oltre 1.000 cristiani.
Per i Giapponesi, i Cinesi erano i maestri indiscussi di ogni scibile. Essendosi sempre sentito dire dai bonzi che se la religione cristiana fosse stata vera, i cinesi l’avrebbero già conosciuta, decise di andarli a convertire. Poiché la prigione o la morte toccava a tutti gli stranieri che cercavano di entrare in quel paese, Saverio organizzò un’ambasciata alla corte dell’imperatore della Cina. A Malacca però l’ammiraglio portoghese in carica, irritato perché non era stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte il viaggio denunciando pubblicamente il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali.
Senza lasciarsi abbattere Francesco nel 1552 approdò all’isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio. Lì alcuni amici lo ospitarono e un contrabbandiere per 200 ducati si dichiarò disposto a sbarcarli segretamente alle porte di Canton.
Il giorno stabilito il contrabbandiere mancò alla parola data. Nel rigido inverno, il Saverio si ammalò di polmonite, e privo com’era di ogni cura morì in una capanna il 3 dicembre 1552 dopo avere più volte ripetuto: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 0 Vergine, Madre di Dio, ricordati di me!”. Il suo corpo fu seppellito nell’isola. Due anni dopo fu trasportato, integro e intatto, prima a Malacca e poi a Goa, dove si venera nella chiesa del Buon Gesù.
Paolo V beatificò Saverio nel 1619 e Gregorio XV lo canonizzò nel 1622.
Si calcola che il Santo missionario abbia conferito il battesimo a circa 30.000 persone.