12. La Santa Messa. I Riti di Comunione. Parte Seconda

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I riti di Comunione. Seconda parte
Prima di comunicarsi, e invitare i fedeli alla comunione con il Cristo, il sacerdote recita
una delle due preghiere che gli sono proposte: “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio vivo, che per volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il Santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, liberami da ogni colpa e da ogni male, fa che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da Te.”
Oppure: “La Comunione del Tuo Corpo ed il Tuo Sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia, sia rimedio di difesa dell’anima e del corpo”.
Nel momento in cui si comunicherà il sacerdote è ben consapevole della sua indegnità, ma fa appello alle parole di Gesù che non è “venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13) e gli chiede che questa comunione lo sostenga e gli doni la guarigione. Prima di invitare alla comunione il sacerdote fa la genuflessione in segno di adorazione al Signore, quindi riprende le parole di Giovanni Battista:
Beati gli invitati alla Cena del Signore. “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29).
L’assemblea risponde con le parole, di fede e di umiltà, del centurione venuto a domandare a Gesù la guarigione del suo servo, e non sentendosi degno della sua presenza nella sua casa gli chiese di dire “soltanto una parola” per ottenere la guarigione del suo servo:

“O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di soltanto una parola e io sarò salvato”(Mt8,8).
Prima di ricevere la comunione lo stesso S. Paolo esorta ad un esame di coscienza “Chiunque in modo indegno mangia il pane e beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; poiché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”. (1 Cor. 11,27). Chi è consapevole di aver commesso un peccato mortale (che uccide cioè il mio rapporto personale con Dio), deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione.
Per accostarci alla comunione è necessario aver rispettato il digiuno eucaristico (un’ora prima della S. Messa) come forma di rispetto e di attenzione al Signore che viene in noi.
La comunione costituisce il culmine della liturgia. Essa è adesione a Gesù. Per mezzo suo noi entriamo in comunione uno con l’altro: la processione manifesta questa unità di tutta una comunità centrata sul Cristo: la chiesa in pellegrinaggio verso il suo Dio. Chi accoglie l’eucaristia diviene a sua volta corpo di Cristo.

La Comunione accresce la nostra unione a Cristo. Il Signore, infatti, dice: “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue dimora in me ed io in lui”. Perciò l’Eucarestia non può unirci a Cristo senza purificarci, nello stesso tempo, dai peccati commessi e preservarci da quelli futuri.
L’Eucarestia fortifica la Carità che nella vita di ogni giorno, tende ad indebolirsi. Donandosi a noi, Cristo ravviva il nostro amore e ci rende capaci di troncare gli
attaccamenti disordinati delle creature e di radicarci in Lui. L’Eucarestia fa la Chiesa. Coloro che ricevono l’Eucarestia sono uniti più strettamente a Cristo.
Per ciò stesso, Cristo li unisce a tutti i fedeli in un solo corpo: la Chiesa. La comunione rinnova, fortifica, approfondisce questa incorporazione alla Chiesa già realizzata mediante il Battesimo.
I fedeli ricevono il Corpo di Cristo. È un gesto da mettere in relazione con l’ultima cena nella quale gli apostoli hanno ricevuto il pane e il vino dalle mani di Gesù. Ci ricorda che l’Eucarestia è un dono. Il più prezioso. L’Amen che pronunciamo è una vera professione di fede: si è proprio vero, è il corpo e il sangue di Cristo che io ricevo.
Comunicandoci, noi diventiamo ciò che riceviamo. È dunque il contrario di ciò che accade abitualmente: quando mangiamo assimiliamo un alimento che perde la sua sostanza. Così quando mangio del coniglio non divento un coniglio (fortunatamente!); è il coniglio che cessa di esistere in quanto tale e che “diventa” me. Ma quando noi ci comunichiamo, se vi consentiamo, perché il Signore rispetta sempre la nostra libertà, è il Cristo che ci assimila a se.
La chiesa ci invita a comunicarci ogni domenica e anche, se possibile, ogni giorno.
Ricevuta l’Eucarestia è bene fermarsi in silenzio per meditare, pregare, ringraziare il Signore che abbiamo appena ricevuto. Possiamo confidargli tutto. Intercedere per chi ha bisogno. Dio è in noi in maniera speciale! È un silenzio di raccoglimento, d’intimità con Gesù, di contemplazione, di adorazione, di intercessione. È nel silenzio che Dio lavora i cuori e agisce.
La celebrazione si conclude con la preghiera finale che è rivolta al Padre affinché la partecipazione alla S. Messa porti frutti nella nostra vita di tutti i giorni. È una preghiera in relazione con il tema del Vangelo. La Parola ascoltata e la Comunione condivisa si trasformino in azioni concrete della nostra esistenza di ogni giorno. La benedizione finale implora la protezione della Trinità su coloro che stanno per ripartire. Essa chiede che rimangano in loro i doni che hanno ricevuto, perché continuino a vivere nello spirito dell’Eucarestia che hanno appena celebrato. Dalla S.Messa alla vita
La Messa in chiesa è finita, è dunque la missione nel mondo che comincia. Noi ci siamo lasciati radunare dal Signore, ora siamo inviati per vivere concretamente questa fraternità con i
nostri fratelli e sorelle in umanità. Abbiamo ascoltato la Parola di Dio, ora siamo invitati a metterla in pratica e testimoniarla.
Abbiamo ricevuto il Cristo che si è dato per amore, ora siamo inviati per dare la nostra vita come egli ha dato la sua per amare e perdonare come lui. Abbiamo pregato per la pace e interceduto per coloro che soffrono, ora siamo inviati per agire concretamente, consolare coloro che faticano, confortare coloro che soffrono e costruire la pace intorno a noi.