21 Settembre: San Matteo

san matteo

san matteoOriginario di Cafarnao, pubblicano e esattore delle tasse, poi convertito da Gesù,  il suo nome simbolicamente  vuol dire “Dono di Dio”. Avrebbe cambiato il nome come una forma tipica dell’epoca, per indicare il cambiamento di vita, analogamente a Simone diventato  Pietro, e Saulo divenuto Paolo. Gesù passò vicino al pubblicano Levi e gli disse Seguimi (Mc 2,14). Ed egli, alzandosi, lo seguì; e immediatamente tenne un banchetto a cui invitò, oltre a Gesù, un gran numero di pubblicani e altri pubblici peccatori. Il riferimento a un esattore di imposte a Cafarnao, di nome Levi, compare anche in Luca 5,27. Lo stesso episodio è riportato in Matteo 9,9, dove però il pubblicano viene chiamato Matteo; Levi e Matteo vengono generalmente ritenuti la stessa persona.

In Matteo 9,9, ci presente la sua chiamata e ne disegna un profilo suggestivo ed emblematico per ogni chiamata alla conversione. Gesù gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. «Ed egli si alzò, e lo seguì» (Mt 9, 9).

Come scrive San Beda il Venerabile, non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni

della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.

Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, “sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli” (Mt 9, 10).

Gesù lo scelse come membro del gruppo dei dodici apostoli, e come tale appare nelle tre liste che ci hanno tramandato i tre vangeli sinottici: Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15. Tutti e tre i vangeli sinottici ci descrivono la sua chiamata mentre ero nell’esercizio del suo discusso lavoro di esattore delle tasse per conto dei romani.

Il suo nome appare anche negli Atti dove si menzionano gli apostoli che costituiscono la timorosa comunità sopravvissuta alla morte di Gesù. «Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo.» (At 1,13).

Ancora dagli Atti, Matteo risulta presente con gli altri Apostoli all’elezione di Mattia, che prende il posto di Giuda Iscariota. Ed è in piedi con gli altri undici, quando Pietro, nel giorno della Pentecoste, parla alla folla, annunciando che Gesù è “Signore e Cristo”.

Matteo è identificato con l’appellativo “ pubblicano”, termine carico di conseguenze negative e socialmente rilevanti. Il disprezzo per i pubblicani, ai tempi di Gesù, era molto ben radicato: erano esattori di tasse. Gli ebrei, all’epoca, non pagavano le tasse a un loro Stato sovrano e libero, bensì agli occupanti Romani; in pratica, si trattava di finanziare chi li opprimeva. E guardavano all’esattore come a un detestabile collaborazionista. Matteo fa questo mestiere in Cafarnao di Galilea. Col suo banco lì all’aperto. Gesù lo vede poco dopo aver guarito un paralitico.

Secondo la tradizione Matteo dopo la pentecoste predicò prima in Giudea e poi portò il Vangelo nell’Africa, in Etiopia, e si sa per testimonianza di Clemente Alessandrino, che praticava l’esercizio della contemplazione e conduceva vita austera, non mangiando altro che erbe, radici e frutta selvatica.

Secondo la Legenda Aurea  di Jacopo da Varagine, avrebbe portato alla conversione il re Egippo e la terra su cui regnava, l’Etiopia, dopo aver fatto risorgere miracolosamente la figlia Ifigenia. Alla morte del sovrano, gli sarebbe succeduto sul trono il re Irtaco, fratello di Egippo, che avrebbe voluto sposare la figlia del re defunto, Ifigenia, che però aveva consacrato la sua verginità al Signore. Dal momento che la sua proposta di matrimonio era stata rifiutata dalla giovane, Irtaco chiese a Matteo di persuaderla a concedersi a lui, ma il santo in risposta lo invitò ad ascoltare una sua predica che avrebbe tenuto il sabato successivo nel tempio.

Quel sabato l’apostolo proclamò solennemente che il voto di matrimonio di Ifigenia con il re celeste non sarebbe potuto essere infranto per il matrimonio con un re terreno perché se un servo usurpasse la moglie del suo re sarebbe giustamente arso vivo.

Il santo sarebbe stato ucciso sull’altare mentre celebrava la messa, trafitto a

colpi di spada da un sicario inviato dal re. Viene raffigurato anziano e barbuto, ha come emblema un angelo che lo ispira o gli guida la mano mentre scrive il Vangelo. Spesso ha accanto una spada, simbolo del suo martirio.
San Matteo è considerato l’autore del primo Vangelo canonico, non il più antico ma il primo nell’elenco del Canone. Di un Vangelo secondo Matteo vi era traccia già tra la fine del I secolo e l’inizio del secondo. Lo citano Clemente Romano nel 95 d.C., nonché Ignazio d’Antiochia nel 115 d.C. l’Epistola di Barnaba tra il 100 e il 130 d.C. e nella Didaché(100 d.C.).Per quanto non fosse indicato il nome di Matteo come autore, è indubbia la considerazione che il Vangelo avesse nella chiesa primitiva. Solo dalla metà del II secolo si cominciò a indicare tale Vangelo come “secondo Matteo”, attribuendolo all’apostolo di Gesù.

La tradizione antica identificava senz’altro l’autore del Vangelo di Matteo con il pubblicano Matteo chiamato da Gesù a seguirlo. E tale attribuzione richiama un passo di Papia di Gerapoli dei primi decenni del II secolo: “Matteo raccolse i logia in lingua ebraica”. Sembrerebbe, dunque, che Matteo avesse scritto il suo vangelo in ebraico, raccogliendo detti e narrazioni precedenti. In realtà, quando Papia parla di “lingua ebraica” non si riferisce alla lingua ebraica vera e propria perché l’ebraico dei tempi di Gesù,  è  l’aramaico.

Matteo avrebbe, perciò, scritto il suo Vangelo in aramaico, infatti il testo greco contiene numerosi elementi aramaici, sia nello stile che nel vocabolario, poi passati al testo greco. Vi era, dunque, un testo aramaico del primo Vangelo, andato perduto per le diverse vicende, anche belliche, dell’epoca.