4 Agosto: San Giovanni Maria Vianney

Soltanto un sacerdote crede in questo giovane, che pare proprio non avere talenti e capacità: è Charles Balley, parroco di Écully, presso Lione.

Giovanni  nacque a Dardilly, l’8 maggio 1786.
Nel gennaio del 1791 entrò in vigore la Costituzione civile del clero. Tutti i sacerdoti che avevano rifiutato il giuramento alla repubblica erano esposti al pericolo di essere arrestati e giustiziati entro ventiquattro ore. Coloro che avessero denunciato questi preti avrebbero avuto un compenso di cento franchi, mentre coloro che li avessero ospitati e protetti avrebbero subito la deportazione. La famiglia Vianney, incurante degli evidenti pericoli in cui incorrevano, prese ad ospitare in casa propria i preti refrattari. Giovanni Maria cresce in questo clima oppressivo, di violenza feroce  ma anche in una casa dove si mantiene salda la fede in Cristo. Nel 1799, all’epoca del secondo Terrore, Giovanni Maria ricevette la prima comunione, che venne amministrata in casa della famiglia Pingon. Giovanni Maria ha ormai 20 anni e la sua vita è decisamente di carattere ascetico. Preghiera, penitenza, meditazione.
Spesso trascorre il tempo in chiesa oppure nella canonica di Écully insieme al curato don Balley, il quale lo prende fin da subito in grande simpatia: vede qualcosa in lui che altri non scorgono. In canonica si accosta agli studi, ma fin dal principio manifesta grandi difficoltà: la sua intelligenza è rimasta arrugginita per troppi anni. Mesi e mesi di sforzi che risultano vani, inefficaci. Con tenacia e volontà si concentra sui libri, ma le difficoltà sono enormi, tanto da sembrare insormontabili.
Prega, si mortifica e, troppo poco nutrito, s’indebolisce sempre più. I libri continuano ad essere il martirio di Giovanni Maria, il terribile ostacolo alla realizzazione della sua vocazione e secondo la sua stessa confessione «non poteva cacciare nulla nella sua povera testa» oppure «sono come gli zeri, valgo soltanto se vicino ad altre cifre». Cosciente del pericolo, decide di ricorrere all’intervento divino facendo un voto: si sarebbe recato a piedi fino al santuario di La Louvesc, presso la tomba  di san Francesco Regis.
È il 1806. Da Écully al villaggio di La Louvesc distano circa cento chilometri. Magro come un anacoreta, ma comunque in forze, Giovanni Maria parte. Finalmente giunge al santuario, è stremato, ma felice. Si dirige subito alla tomba di san Francesco Regis e implora la grazia di imparare sufficientemente il latino, tanto da poter accedere agli studi teologici. Si confessa e rivela anche il suo voto.
I libri di studio non gli diedero più la nausea, ma a 24 anni era al livello di uno studente di 15. Ottenne la grazia da Dio, ma non dall’ordinamento militare.
Giovanni Maria entrò come recluta in una caserma di Lione, ma fu presto colto dalla febbre. Ricoverato all’ospedale, convalescente non riuscì a presentarsi in tempo all’ufficio per la partenza  affermerà: «Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Lui stesso non si capirà bene che in cielo. Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”».

Finalmente il 13 agosto del 1815, a 29 anni e tre mesi, dopo indicibile fatica, poté salire all’altare e celebrare la prima Messa. Tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley, ma quest’ultimo, vecchio prima del tempo, morì nel 1817 dopo essersi confessato con il caro allievo, il figlio prediletto. Ora,  per la diocesi di Lione, si poneva il problema di dove collocarlo. Era vacante una minuscola cappellania (neppure parrocchia) di Ars del dipartimento dell’Ain, a 35 chilometri a nord di Lione. Gli abitanti erano 230. Non valeva la pena “sprecare” un sacerdote per una realtà così piccola e situata in un punto che la diocesi considerava una sorta di Siberia, un luogo dimenticato dal mondo.
Tuttavia, c’era quell’ “ignorante” pretino di 32 anni da sistemare.

Il 9 febbraio 1818 l’ “inutile” ministro di Dio si mise in cammino e, trovato un ragazzo per la via, gli domandò l’indicazione per il villaggio che doveva raggiungere, promettendogli, «Io ti mostrerò il cammino del cielo». Era stato preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato.

Quando giunse ad Ars il 13 febbraio 1818 trovò un paese immerso nella solitudine, isolato, quasi inaccessibile, anche a causa della quasi impraticabilità delle strade. Il prete venuto da Dardilly non pretendeva di cambiare il mondo, ma quel minuscolo paese, che Dio gli aveva affidato. Si assicurò perciò la cooperazione delle famiglie migliori per perfezionare i buoni, richiamare gli indifferenti, convertire i peccatori. Utilizzò l’istruzione religiosa per debellare l’ignoranza e cristianizzò, evangelizzò, catechizzò, lanciando una vera e propria crociata contro la bestemmia, il lavoro festivo, le osterie e i balli. Le persone andavano a confessarsi sempre più frequentemente da lui e sovente, come accadrà anche al confessionale di Padre Pio da Pietrelcina, l’abbé Vianney non le assolveva se non vedeva il pentimento.

Tutti gli obiettivi che si era posto al suo ingresso nel villaggio furono raggiunti, riuscendo anche a sopprimere le osterie, dispensatrici di vizi e miseria. Gli antidoti dell’abbé Vianney al malcostume, al malaffare, allo sciupio della vita erano: messe quotidiane, sacramenti, catechismo, vespri, preghiere, letture devote, rosario, processioni, rogazioni, così si realizzò la restaurazione spirituale ad Ars, che andò di pari passo con quella materiale.

Aveva per il peccatore tenera compassione, ma ciò non gli impediva di essere senza misericordia verso il peccato, di fronte al quale diventava rigidissimo e tuonava all’altare sono santi, ma i santi sono fra coloro che si comunicano spesso. Unito costantemente a sorella povertà, amava i paramenti sacri ricchi e preziosi, gli arredi della chiesa belli e nobili. Affermava che «niente è troppo bello per Dio» e agì di conseguenza abbellendo la chiesa, il campanile, il coro, le cappelle. Per tutta la vita accoglierà con riconoscenza donazioni e favori di benefattori aristocratici e potenti, sempre destinati ad abbellire la chiesa.

Incontrandolo ci si convertiva o si consolidava la fede che si aveva,  ma gli stessi preti rimanevano scossi e rileggevano la propria vocazione alla luce della vita,  delle parole del Curato d’Ars. Spiegava il patrono dei parroci: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!».

Il numero dei pellegrini giunse ad ottantamila all’anno, contando solo coloro che si servivano di mezzi pubblici.
Con decreto dell’11 agosto 1855 Napoleone III promosse l’abbé Vianney nell’ordine imperiale della Legion d’Onore.

Un giorno si sentì dire: «Signor Curato, tutte le potenze della terra vi offrono decorazioni. Quindi Dio non mancherà di decorarvi in Cielo» e lui, seriamente: «È questo che mi fa paura! Guai se alla morte mi presentassi con queste bagatelle, e dovessi sentire Dio che mi dice: “Vattene! Hai già ricevuto la tua ricompensa”».

Morì, sfinito, il 4 agosto 1859 alle 2 della notte. Il campanile di Ars emise i rintocchi funebri e venne imitato da tutti i paesi vicini. Dopo le esequie, il suo corpo, per consentire l’ultimo saluto dei  fedeli, rimase esposto in chiesa dieci giorni e dieci notti.  Papa san Pio X lo ha proclamato beato l’8 gennaio 1905; mentre il 31 maggio 1925 è stato canonizzato da Pio XI